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Franco Rocco

Nel mese di marzo 2015 il nostro vice presidente e carissimo amico Franco se n’è andato, lasciando in noi un senso di incredulità e di vuoto non colmato e di certo non colmabile, anche quando molto più tempo sarà trascorso. Da Franco c’era sempre qualcosa da imparare, lo sanno bene coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo, stargli vicino e lavorare con lui, in ambiti e per finalità diversi, ma sempre accomunati dalla passione per il bello.
Sia che si trattasse di arte, di natura o anche nel campo della sua professione, egli lavorava per godere e far godere della bellezza. Il suo agire era contraddistinto da un tratto asciutto, talvolta garbatamente ironico e le sue idee venivano da lui sostenute con ferma, ma mai gratuitamente ostinata convinzione.
Con Franco si poteva anche non vincere nel confronto, ma si discuteva ed era bello farlo. Non sarà certamente più la stessa cosa, ma cercheremo di continuare l’attività dell’associazione che egli aveva contribuito a fondare e portare avanti con passione.
Lo faremo anche nel suo ricordo, glielo dobbiamo.

È mancato il 5 marzo 2015, a seguito di una grave malattia insorta alcuni mesi prima, il vice presidente dell’Associazione per il Teatro di Monfalcone.
Franco Rocco era nato in una famiglia dove la musica era di casa: il padre Ermanno era organista titolare prima nel duomo di Monfalcone e in seguito alla Marcelliana, ma anche compositore e direttore di coro. Franco, invece, dopo le esperienze giovanili alle tastiere di complessi negli anni ’60, ha iniziato ad interessarsi alla musica antica coinvolgendo in questa sua passione fratelli, nipoti ed amici e creando il gruppo di musica antica I Laudesi; ha proseguito quindi con lo studio della viola da gamba a Verona e a Fiesole utilizzando, tra le altre, anche alcune bellissime copie di strumenti antichi realizzate dal fratello Paolo, consolidando nel tempo la sua conoscenza sull’argomento ed intessendo rapporti di collaborazione e di amicizia con alcuni dei più apprezzati musicisti del settore.

La sua professione è stata quella di educatore al C.I.S.I. ed anche in quell’ambito Franco ha proposto incontri settimanali su temi musicali prima presso la Biblioteca di Staranzano e in seguito al Centro Anziani di Monfalcone rivolti agli utenti del Consorzio, persone disabili giovani e adulte, ma aperti anche a chiunque volesse parteciparvi.
Dopo il pensionamento ha scelto di mettere la sua passione e la sue esperienze a disposizione di tutti coloro che possono essere interessati a conoscere ed approfondire il mondo della musica nei diversi aspetti: dopo la realizzazione della mostra “Paolo Rocco, liutaio a Panzano” e di un concerto di musica antica con eccellenti esecutori alla Marcelliana (2010), Franco ha accolto l’invito dell’Assessore Paola Benes e del Direttore Artistico del Teatro di Monfalcone Filippo Juvarra di promuovere la ricostituzione dell’associazione degli “amici” di quel teatro che ha frequentato sin dalla fondazione, coinvolgendo altre persone con diverse esperienze in un gruppo del quale certamente è stato sempre l’ispiratore oltre che l’esperto, mettendo ancora a disposizione la sua casa quale sede ed occupandosi personalmente del ricco e sempre aggiornato sito web.

Di particolare rilievo, inoltre, sia la sua consulenza alla direzione del Kinemax nella composizione del “cartellone” dell’Opera al Cinema sia la preparazione attenta e puntuale delle schede di sala con le trame delle opere ed i commenti, a volte indicando le considerazioni di illustri giornalisti e musicologi, a volte in proprio.

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Aldo Policardi e Franco Rocco: due nomi, uno «studium»

Chiara Facis, 26 Gennaio 2016, http://www.veneziamusicaedintorni.it/

Gli ambienti musicali giuliani hanno perduto di recente due esponenti di rilievo nella didattica e nell’interpretazione musicali, soprattutto di repertorio antico. Ci riferiamo ad Aldo Policardi e a Franco Rocco, personalità antitetiche nel temperamento e nel carattere come pure nell’approccio disciplinare, ma perfettamente coincidenti nell’impegno, nello studio, nella dedizione all’arte musicale perdurati l’intero arco delle rispettive esistenze.

Considerando l’area culturale di cui Policardi e Rocco erano originari, cioè la cittadina industriale di Monfalcone e la Venezia Giulia, va da sé associare i loro nomi a quelli d’altri loro illustri

corregionali, alcuni dei quali assurti a livello internazionale, come l’incisore Tranquillo Marangoni, l’umanista ed esegeta sveviano Silvano Del Missier, il musicista Giulio Viozzi, il poeta quasi Nobel

Biagio Marin e ad altre personalità interessanti come lo scultore Vittorio Parovel, il compositore Mafaldo Debiasi, il pittore Armando Depetris.

Figlio di genitori istriani con ascendenze austroungariche – Ireneo ed Eugenia Kunstel –, Aldo Policardi, classe di ferro 1921, temperamento vulcanico ed instancabile zelo, può essere certamente considerato uno degli iniziatori della vita culturale nella cittadina giuliana, germinata con l’escalation dell’attività cantieristica promossa dagli armatori Cosulich fra le due guerre, intensificatasi poi in seguito con le stagioni ai teatri Euripide e Azzurro, nonché con il primo istituto musicale – sempre legato alla Società dei Cantieri Riuniti Dell’Adriatico (C.R.D.A.) –, fondato

proprio dal menzionato musicista. Segnalatosi già come violinista nel parterre musicale dell’Università di Bologna dove aveva studiato alla facoltà d’Ingegneria, il giovane Policardi si era presto inserito nell’attività dell’Orchestra da Camera Bolognese nonché di altri complessi sinfonici italiani e internazionali, continuando nel contempo l’attività di docente alternata con successo anche alla direzione d’orchestra. Avrebbe comunque conseguito le sue migliori qualifiche come direttore di coro, anche in questo caso come fondatore della prestigiosa compagine «Ermes Grion» che sotto la sua guida avrebbe ricevuto vari riconoscimenti in Italia e all’estero.

Vasto il repertorio del «Grion», che però trovava il suo settore più specialistico nelle grandi composizioni liturgiche del XVI secolo. Produzione, quella cinquecentesca, in cui il complesso corale eccelleva anche nell’ambito della polifonia profana. L’esperienza sicura del maestro avrebbe fatto sì che la Rai gli affidasse la catalogazione delle massime composizioni della letteratura corale.

Con la mezzosoprano e violinista Edda Moretti, allieva del Viozzi e apprezzata interprete vivaldiana, Aldo Policardi aveva avviato un felice sodalizio non solo artistico, giacché Edda sarebbe diventata l’ideale compagna della sua vita in un lungo e sereno matrimonio.

Il più alto riconoscimento, cioè il titolo di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, era stato assegnato al musicista su proposta della Presidenza del Consiglio dei Ministri il 2 giugno 1988. L’onoreficenza aveva segnato l’acme della sua carriera durata l’arco dell’intera vita.

L’esperienza del profondo dolore, legata alla scomparsa della moglie, aveva indotto il maestro a vivere il suo lutto con austera riservatezza negli ultimi dieci anni della sua vita, senza però interrompere la sua attività d’interprete nel corso di varie manifestazioni musicali. Carattere spinoso, eloquio diretto, Aldo Policardi non esitava comunque a manifestare la sua stima più sincera a quanti si adoperavano per la diffusione della cultura autentica, in particolar modo per i giovani studiosi più dotati.

Personalità d’opposto temperamento Franco Rocco, la cui sconfinata sensibilità era racchiusa in un carattere riservato fin quasi alla timidezza, ma non per questo meno propenso alla condivisione del culto del bello – soprattutto in termini di estetica musicale – che per lui era diventato ragione di vita. Nato nel 1947, figlio d’arte – il padre Ermanno organista, compositore e direttore di coro; i fratelli Paolo e Giorgio, l’uno liutaio, l’altro corista del «Grion» sotto la guida di Policardi –, Franco si era dedicato ben presto al repertorio della musica antica, procedendo via via con lo studio del flauto diritto, della viola da gamba e della ghironda, perfezionandosi quindi a Verona e a Fiesole, nei luoghi di studio elettivi per quel settore musicale che aveva conosciuto rinnovata attenzione dalla fine degli anni settanta, riscuotendo soprattutto l’entusiasmo del pubblico giovane.

Una primavera culturale, questa, che, al di là di ogni indirizzo ideologico, stemperava il clima di tensione proprio degli anni precedenti nel nome di una cultura più libera, atta a fornire risposte agli interrogativi del nostro tempo inquieto guardando a quelle fasi epocali che, pur remote, potevano risultare illuminanti per la forma mentis contemporanea. Ecco dunque spiegato il nuovo interesse per il Medioevo, le sue tradizioni leggendarie, la sua arte, la sua musica, denotato dalla letteratura, dal cinema e da altri settori della cultura.

Gli strumenti della musica antica, prima che in termini di fun
zionalità, si presentano come vere e proprie opere d’arte, esemplari d’un passato sempre suscettibile di farsi presente perché derivati da una concezione in base alla quale ogni cosa bella doveva durare. Il nostro tempo, servo di una pseudocultura usa e getta, pertanto, non poteva non rivolgersi a un’epoca come quella medievale, costituita da granitici principi chiaramente espressi nel poema dantesco, per citare uno tra i massimi esempi. Franco, tutto questo, lo aveva capito a fondo.

E nella sua personalità, avulsa da ogni atto di gigioneria gratuita, si opponeva all’immagine dell’artista autistico e chiuso nel preconcetto solipsistico dell’arte per l’arte. In questa luce, il musicista, oltre ad estendere la sua passione a familiari, parenti, amici tra i quali, ad esempio, il nipote Stefano – liutista, poi specializzatosi in altri cordofoni come arciliuto e chitarra barocca –, aveva fondato il gruppo musicale dei «Laudesi», il cui repertorio spaziava dalle musiche per danza medievali a quelle rinascimentali e barocche.

Il repertorio coreutico aveva infatti contrassegnato soprattutto i primi concerti del giovane complesso che comunque non aveva tardato ad estendersi poi anche nell’ambito della composizione più intellettualizzata – Palestrina, ad esempio, ma anche Marin Marais, fra i tanti –. Non solo. In qualità di convinto sostenitore del concetto di arte intesa come comunicazione e di musica come linguaggio privilegiato, Rocco non ne approfondiva soltanto lo studio in relazione alle problematiche filologiche, all’importanza degli organici e alle modalità interpretative, ma ne sfruttava la componente terapeutica nel suo impegno assunto a favore di anziani e disabili, per favorirne la comunicativa e l’espressività.

Per non parlare poi del suo zelo profuso per l’attività del locale teatro e per la programmazione della produzione lirica nelle sale cinematografiche. Tenace e dotato di grande creatività, dedito anche alla pittura che praticava con fine eclettismo, con spunti dedotti soprattutto da cubismo e astrattismo, il nostro amico ci avrebbe regalato ancora momenti di squisite interpretazioni, ma non ha purtroppo avuto la fortuna di una lunga esistenza. Quel male che tanto avvelena questa terra di confine, che Franco aveva affrontato col coraggio e la dignità di sempre, ha fatto calare il silenzio sui suoi adorati strumenti. Ma l’impegno da lui trasmesso ai musicisti del suo gruppo e a quanti l’hanno sempre stimato ha fatto sì che il repertorio dei «Laudesi» si ampliasse in modo sempre più capillare, con rinnovata sollecitudine nel nome del suo fondatore.

È stato così che, nell’ultimo concerto dedicato a Franco, per fare qualche esempio, oltre al tanto amato Marais – Les Folies de Espagne –, abbiamo potuto ascoltare anche il compianto più noto della Contessa di Dia, un raro compendio di danze popolari d’autore anonimo e un’inconsueta versione a voce scoperta d’uno fra i più celebri strambotti del Tromboncino – «Tu dormi» – su testo dell’Aquilano.

Una collaborazione, dunque, che continua a mantenere viva l’opera e l’immagine di un musicista che, come il maestro Policardi suo concittadino, non ha guardato alla notorietà fine a se stessa, bensì allo studium, cioè all’amore gratuito per ciò che di più alto e bello esiste. E a tale proposito, ricordiamo che sia Aldo Policardi, sia Franco Rocco, nel nome della musica, hanno rappresentato ciascuno per noi l’esperto, l’uomo di  parola, l’amico.

E questo, nell’epoca del cicaleccio di internet, non è poco. È tutto.